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Imparato è imparato — ma forse non nel modo giusto

Imparato è imparato
— ma forse non nel modo giusto

01.08.2018

Sono seduto tranquillamente in una piscina del Seeland e osservo tre uomini non più giovanissimi. Si godono una birra all’ombra e conversano animatamente, anche di questioni legate all’aspetto fisico. In particolare, dei loro ventri. E bisogna ammettere che sono piuttosto notevoli. I tre signori non sembrano particolarmente orgogliosi della loro imponente corporatura, ma nemmeno troppo infastiditi da essa. Uno di loro, infatti, si giustifica dicendo:

«Questa pancia non è un dono della natura, me la sono guadagnata con fatica.»

La mia riflessione è la seguente: fatta eccezione per pochissime cose, quasi tutto nella nostra vita è stato conquistato, acquisito o imparato.

La scena successiva si svolge in un ospedale, dove due medici discutono di un paziente con una diagnosi complessa e dei successivi passi terapeutici. Non sembrano essere completamente d’accordo. Nel mezzo della conversazione, uno dei due alza quasi con rammarico le spalle e spiega di aver imparato le cose in modo completamente diverso dal professor X e di voler mantenere la propria opinione. A ciò che abbiamo imparato una volta tendiamo ad aggrapparci. E se proviene da un esperto riconosciuto, ancora di più.

L’ultima scena si svolge a Montignac, sulle rive della Vézère. Qui, nel Périgord, mi sto godendo i primi giorni di vacanza. Poco più a sud si trova il Lot, una regione famosa per le sue numerose grotte sommerse. È lì che andrò a immergermi tra qualche settimana. Nonostante, da allievo subacqueo, avessi imparato che nelle grotte non ci si dovrebbe addentrare.

Che cosa hanno a che fare queste scene con la subacquea?

Nessuno di noi è nato subacqueo con autorespiratore. Tutto ciò che facciamo sott’acqua lo abbiamo imparato nel corso della vita. L’apprendimento è un processo attraverso il quale schemi già esistenti — di comportamento, pensiero o percezione — vengono modificati grazie all’esperienza o alla comprensione.

A un certo punto abbiamo imparato che sott’acqua non è possibile trattenere il respiro all’infinito. L’acqua è, per sua natura, un ambiente potenzialmente pericoloso. Poi è arrivata la curiosità e con essa il corso base di immersione. Ci siamo fatti spiegare dagli esperti come funziona la subacquea. Ricordo ancora perfettamente i miei primi respiri sott’acqua: fu come se alcuni schemi profondamente radicati nel cervello fossero stati riscritti. Sì, è possibile respirare sott’acqua, purché si disponga dell’attrezzatura adeguata.

Se allora non avessi avuto questa disponibilità a fare nuove esperienze, non sarei mai diventato subacqueo. Poi sono arrivati i passi successivi: oltre i 18 metri, oltre i 30, persino oltre i 40 metri. Immersioni con obbligo di decompressione, senza che per questo si spalancassero le porte dell’inferno. Noi subacquei siamo quindi perfettamente in grado di sviluppare ciò che abbiamo imparato e sostituirlo con nuove conoscenze.

Ma… siamo un po’ conservatori

Naturalmente siamo orgogliosi delle competenze che abbiamo acquisito e tendiamo a difenderle, insieme agli esperti che ce le hanno insegnate, di fronte alle novità. In questo senso siamo un po’ conservatori, forse persino poco inclini ad apprendere. Alcune cose le facciamo semplicemente perché le abbiamo sempre fatte così. Hanno funzionato finora, quindi perché cambiarle?

Dopotutto, ciò che si è imparato resta imparato.

Il controllo pre-immersione

Una procedura imparata ed eseguita in modo più o meno affidabile: recitare il controllo prima di entrare in acqua. Ogni organizzazione didattica ha la propria formula mnemonica. La si ripete rapidamente e poi ci si tuffa.

Alcuni anni fa, durante una fiera dedicata alla subacquea e agli sport acquatici, venne presentata ai visitatori un’attrezzatura subacquea completamente assemblata. Ai partecipanti fu chiesto di verificarla utilizzando la formula mnemonica che avevano imparato. Una percentuale significativa non individuò tutti gli errori di montaggio volutamente inseriti e sarebbe entrata in acqua con quell’attrezzatura.

In altri ambiti legati alla sicurezza non si utilizzano filastrocche mnemoniche, bensì check-list scritte. Non ci fideremmo di un pilota che eseguisse il controllo pre-volo affidandosi esclusivamente alla memoria. Anche in medicina le check-list prima degli interventi chirurgici sono ormai una pratica consolidata. Una check-list dell’OMS ha migliorato in modo significativo la sicurezza dei pazienti.

Studio – cosa apportano le check-list alla subacquea

Nelle immersioni si verificano regolarmente piccoli o grandi inconvenienti: quantità di zavorra errata, poca aria disponibile, perdita del compagno d’immersione. Tutti noi conosciamo queste situazioni. Secondo i dati del DAN, si verificano circa 3 incidenti ogni 1000 immersioni. Un gruppo di ricercatori ha cercato di capire cosa potesse contribuire a ridurre questi problemi.

In diversi siti di immersione, ai partecipanti veniva assegnata casualmente, prima dell’immersione, una check-list scritta dettagliata oppure alcune indicazioni generali. Dopo l’immersione, i subacquei venivano interrogati sugli eventuali incidenti verificatisi. Essi stessi non conoscevano il vero obiettivo dello studio.

La prima parte dello studio ha evidenziato che:

  • In una immersione ogni sei-dieci si verificava un incidente di maggiore o minore entità.
  • Solo l’8 % dei partecipanti aveva utilizzato una check-list scritta, il 71 % una formula mnemonica ricordata a memoria e il 21 % nessun sistema di controllo.
  • Il numero minore di incidenti è stato registrato nel gruppo che utilizzava una check-list scritta.
  • La frequenza degli errori nei gruppi che si affidavano alla memoria era praticamente identica a quella dei gruppi che non effettuavano alcun controllo.

Nella seconda parte dello studio, che ha coinvolto oltre mille subacquei, è emerso che il gruppo che utilizzava una check-list registrava il 32 % di incidenti in meno. In altre parole, si poteva evitare un incidente potenzialmente pericoloso ogni 25 immersioni circa.

Ciò che il piccolo Hans non impara, il grande Hans può ancora impararlo

Gli esperti potrebbero discutere a lungo sul contenuto e sulla forma di una simile check-list. Anche noi subacquei probabilmente avremmo molto da dire sulla sua applicazione pratica.

E poi, diciamolo: « Non è così che ce l’hanno insegnato, vero? E comunque, a me non è mai successo nulla. »

Per aumentare la sicurezza vale la pena analizzare criticamente i comportamenti appresi, pur nel rispetto degli esperti che ci hanno formato e delle nostre esperienze personali, auspicabilmente positive. La psicologia dell’apprendimento insegna che si può imparare per tutta la vita, purché si abbia la volontà di farlo.

Ciò che il piccolo Hans non impara oggi, il grande Hans può sempre impararlo domani.

Articolo originale: NEREUS 4-2018. Testo: Dr. med. Beat Staub — specialista FMH in medicina generale, Diving Medicine Physician EDTC. www.suhms.org. Esperienze relative a check-list e inconvenienti possono essere inviate a: staub@praxis-staub.ch

Estratto da NEREUS 4-2018

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